Una breve storia di frontiera

Veronica De Sanctis - Volontaria ASCS Onlus

Una breve storia di frontiera

Nuevo Laredo, 5 gennaio 2018

Mancano poche ore al mio rientro in Italia e percepisco già la tristezza per la fine di una parentesi della mia vita che mi ha regalato tante esperienze, emozioni ed amicizie. Quella di partire per un periodo di volontariato all’estero è stata una decisione semplice perché in realtà maturata nel corso degli anni, ma sempre rimandata per dare priorità ad altro. Giunto il momento, sono partita. Destinazione: Nuevo Laredo, città messicana dello stato di Tamaulipas al confine con il Texas. Non ho lasciato spazio ad alcun dubbio o ripensamento nè a paure e timori: essere l’unica volontaria donna, svolgere un lavoro in un contesto conflittuale, in una zona dove il sequestro di persona è una realtà quotidiana, e soprattutto confrontarmi con la figura del migrante che non di rado suscita un qualche genere di timore. Via ogni preoccupazione e ogni pregiudizio; nessuna aspettativa, solo “carta bianca”.

Il mio viaggio è iniziato a Houston dove ad aspettarmi c’era padre Giovanni Bizzotto, il direttore della “Casa del Migrante Nazareth” di Nuevo Laredo. Da lì siamo partiti in macchina diretti alla frontiera tra Messico e Stati Uniti. Arrivati a Laredo (Texas) di notte, abbiamo attraversato il ponte che collega le sponde del Rio Grande/Rio Bravo. L’impatto iniziale con la città di Nuevo Laredo è stato forte. Le strade percorse erano deserte, solo qualche scagnozzo dei narcos a vigilare. In casa ad attenderci c’erano gli altri volontari, elementi integranti di questa nuova avventura: due colombiani, due messicani e un guatemalteco.

Il giorno successivo ero già operativa. Lavorare alla Casa del migrante è un lavoro che si apprende giorno per giorno. La Casa accoglie centroamericani richiedenti visto umanitario; migranti messicani respinti alla frontiera nel tentativo di attraversarla illegalmente; e i cosiddetti “deportati”. Questi ultimi si riconoscono dalle tute grigie che indossano; sono le uniformi che gli vengono date in carcere negli Stati Uniti. Sono messicani che hanno vissuto per anni illegalmente negli Stati Uniti e che per tale motivo, dopo essere stati arrestati per aver commesso un crimine, scontata la pena, vengono rimpatriati in Messico.

Ai migranti viene fornita assistenza primaria: un pasto caldo, un luogo dove dormire e un cambio di vestiti. La maggior parte di coloro che giungono alla Casa partono già la mattina successiva per ritornare alla propria terra di origine, alcuni invece si trattengono qualche giorno in attesa che gli venga inivato il denaro necessario per poter comprare il biglietto per ritornare alle proprie case. Ci sono però anche persone che, per motivi di sicurezza, non potendo tornare nella propria città natale cercano lavoro a Nuevo Laredo; allora li si assiste nella ricerca di un impegno e di un’abitazione sicuri dove ricominciare la propria vita.

Il lavoro che svolgono i volontari è fatto di cose semplici, che chiunque è in grado di svolgere, ma che nella loro semplicità devono funzionare con il ritmo giusto per far sì che il meccanismo non si inceppi e che si possa far fronte a qualsiasi emergenza. Tale semplicità ha un grande valore ed è proprio comprendendola e rispettandola che ognuno può dare il proprio contributo. Un simile contesto rende palese il grande valore nascosto nelle piccole cose.

Tutti i volontari, a turno, svolgono le varie attività: intervistare e registrare i nuovi arrivati; preparare e servire i pasti; fornire un cambio di vestiti, lenzuola e coperte pulite; rispondere al telefono e stare alla porta per gestire ingressi e uscite, e ricevere donazioni. La casa funziona anche con il contributo degli stessi migranti, che collaborano nella pulizia quotidiana degli ambienti, nel tagliare le verdure, nel disporre e apparecchiare i tavoli. Non è solo interessante vederli collaborare con gratitudine, ma è soprattutto in questi momenti che si intavolano conversazioni e si stabilisce quella fiducia che fa sì che condividano con me la loro storia. Quella specie di “ossessione” per “il sogno americano”, è difficile da comprendere. Ho quindi imparato ad ascoltare, perché in alcuni momenti e di fronte ad alcuni racconti è la sola cosa che si possa fare. I lovo volti – spesso graffiati dalle spine dei cactus che popolano le sponde del fiume e che si conficcano ovunque – le lacrime di alcuni di loro…quelle sincere…quelle spaventate! Hanno bisogno di parlare, di esprimere i loro sentimenti, e per farlo devono avere fiducia e percepire la sincerità di chi hanno di fronte. È qualcosa di cui sono veramente grata e che rispetto molto. Sento che questa fiducia che loro ripongono in me nel momento in cui condividono il loro racconto richiede serietà e mi rendo conto che è un altro, se non fondamentale, modo di prestare il mio aiuto qui. L’importanza di ascoltare e di regalare un sorriso mi fa riflettere su quanto le situazioni umane siano più importanti del lavoro materiale, che tuttavia rimane indispensabile. Così, lavorare con i migranti va oltre il semplice sforzo fisico. È un impegno mentale e soprattutto emotivo; è acquisire responsabilità verso l’altro che è persona e ha le sue necessità, oltre ai diritti che spesso a casua della situazione di vulnerabilità in cui si trova gli vengono negati.

È un lavoro che abbraccia una dimensione molto grande e l’arricchimento di vita si può palpare quotidianamente. Non mancano persone che si avvicinano per stringerti la mano, ringraziandoti per quanto si sta facendo per loro. La loro gratitudine è il dono più grande che ho ricevuto giornalmente, che si esprime attraverso uno sguardo, un sorriso, ma anche riportandomi un caffè, uno snack o un frutto! Molti di loro hanno perso tutto e devono ricominciare la loro vita da capo; il fatto che spendano anche un solo pesos per noi volontari è un’esperienza che mi commuove nel profondo e che è difficile spiegare se non la si vive. Sono gesti che valgono molto più delle parole che li stanno raccontando.

C’è poi sempre qualche evento o attività da organizzare o a cui partecipare. Durante il mio periodo a Nuevo Laredo abbiamo ricevuto la visita del Nunzio apostolico in Messico, Mons. Franco Coppola, che, dopo aver tenuto la messa in memoria dei migranti che hanno perso la vita nel tentativo di attraversare il fiume, ha visitato la Casa e condiviso la cena con i nostri migranti. Ci sono state le celebrazioni del “Día de los muertos” e quelle per il Ringraziamento (perché alla frontiera tutto si mescola). Trascorrere qui le festività natalizie è stato poi un valore aggiunto alla mia esperienza. Conoscere le canzoni tipiche natalizie che risuonano nei supermercati, vivere la tradizione della “posada” con i canti, le cene e la rottura delle piñatas dalle quali cadono dolci a pioggia mi ha fatto dimenticare la frenesia che spesso ci assale in questo periodo dell’anno.

Ci sono poi i volti di tutte le persone che con le loro donazioni e con il loro tempo sostengono la Casa. Intere famiglie e parrocchie vengono a cucinare, servire e convivere con i migranti. Si potrebbe pensare che in una città come Nuevo Laredo, dove la sofferenza si respira nell’aria e la paura si tocca con mano, non ci sia altro che dolore; invece ho incontrato persone straordinare che danno e che si danno agli altri, che senza paura vivino in una realtà complicata e pericolosa sempre pronti a sostenere i più bisognosi.

Mentre rientro alla mia quotidianità, rifletto su come questa esperienza mi abbia cambiato. Ho avuto il privilegio di vivere a cavallo tra due mondi, quello messicano e quello statunitense. Due città che un tempo erano una e che oggi, sebbene siano sulla stessa terra e sotto lo stesso cielo, sono divise da un fiume che segna un confine invalicabile che le rende allo stesso tempo così vicine e così lontane.

La possibilità di vivere una realtà complessa e di toccare con mano le necessità dei migranti mi porta a domandarmi cosa altro possa fare per loro? La risposta ancora non ce l’ho; mi sono però resa conto dell’importanza delle cose semplici e di come, anche solo ascoltando si possa influire sul prossimo. Non sempre c’è bisogno di grandi azioni o di cose spettacolari per aiutare; lo si può fare in ogni momento con parole, gesti e sorrisi, ma soprattutto vivendo liberamente le proprie emozioni. In questi momenti ci si rende conto di quanto sia importante vivere il presente, minuto per minuto senza rimandare ciò che si vuole fare, perché in un attimo loro non ci sono più, sono già andati via e quella parola, quella domanda o quella foto che avresti voluto fare sono ormai solo un pensiero irrealizzabile.

Per tutto questo ringrazio Emanuele e Lucia che hanno da subito creduto in me, grazie ad ASCS Onlus e ai Padri Scalabriniani. Un ringraziamento particolare va a padre Giovanni Bizzotto che mi ha accolto con grande affetto e generosità e che è sempre stato al mio fianco permettendomi di vivere un’esperienza unica in un luogo spesso dimenticato.

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