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Il Sudafrica e le sue contraddizioni

Giulia Bosi - volontaria ASCS

Il Sudafrica e le sue contraddizioni

Il Sudafrica mi ha sempre colpito. Non so spiegare perché. All’esame di terza media decisi di fare la ricerca di geografia proprio su tale paese. Ero piccola, e sinceramente non avevo visto praticamente nulla al di fuori dell’Italia. Eppure il Sudafrica già mi attirava per qualche motivo. Forse era quel poco che sapevo della sua storia e della sua cultura. Non saprei dire bene. Poi l’avevo accantonato. Non mi sono mai fissata su niente, tanto meno su uno stato particolare. Però a volte nella vita le cose ritornano. È come se ogni tanto cominci a collegare quei puntini che ti parevano scollegati fra loro, e, wow, in men che non si dica ti accorgi che quei puntini, se collegati, formano un bellissimo disegno. Ecco, il Sudafrica è stato un po’ così. Mi spiego meglio.

Dopo varie riflessioni, io e il mio ragazzo Giacomo abbiamo deciso di prenderci un po’ di tempo per fare volontariato all’estero. Senza neanche bisogno di parlarne, abbiamo scelto di fare il corso di formazione con ASCS, che già conoscevamo per aver fatto con loro il Campo Io Ci Sto in Puglia. Perché partire è sempre allettante, ma partire senza buone basi rischia di fare parecchi danni, sia per te che per chi ti sta intorno. La formazione con ASCS è stata molto interessante e divertente, oltre che estremamente utile. E poi la scelta, dove andare? Ed ecco lì, il Sudafrica che ritornava. È stato un po’ come ritrovare qualcosa che già avevo dentro di me. E così, sotto la guida attenta di Lucia e Padre Filippo, io e Giacomo siamo partiti.

Sarò ovvia e banale, ma devo dirlo: poche righe non solo non bastano a descrivere cosa abbiamo visto, sentito, vissuto, ma anche se potessi scrivere un libro probabilmente non riuscirei a tirare fuori tutte le sfumature di un’esperienza così intensa e reale.

A Cape Town ho svolto la mia attività di volontaria presso lo Scalabrini Centre, una ONG che si occupa della cura dei migranti sotto vari aspetti, proponendo servizi come aiuto legale, corsi di inglese, corsi professionalizzanti, e molto altro ancora. Essendo laureata in Giurisprudenza e con un Master in Diritti Umani, ho lavorato presso il servizio para-legale del Centro. In altre parole, di mattina arrivano rifugiati, richiedenti asilo, e migranti a chiedere consigli sulla loro situazione legale, e quello che si fa è aiutarli a capire come muoversi in quel labirinto tortuoso e complicato che è cercare di avere i documenti corretti, o per lo meno i propri diritti rispettati. Di pomeriggio invece si fa più ricerca in senso stretto, magari su alcuni degli argomenti che si incontrano alla mattina. Ho avuto anche la possibilità di partecipare a meetings del Parlamento sudafricano. Da un punto di vista professionale quindi, l’esperienza allo Scalabrini Centre mi ha insegnato davvero tanto. Ad esempio, in Sudafrica c’è una discrepanza fra il diritto scritto e il diritto nella pratica che non avevo mai visto prima. Se sei una donna incinta, indipendentemente dalla tua documentazione, dovresti avere accesso alle cure in un regime gratuito. Eppure, tante donne incinte venivano da noi e ci dicevano magari che all’ospedale non le facevano nemmeno entrare. Insomma, non sempre 2+2 fa 4. E all’inizio questa cosa è complicata da accettare. Ma soprattutto, penso di essere cresciuta tanto da un punto di vista umano. Ho spesso studiato le violazioni di diritti umani sui libri, ma non avevo mai parlato direttamente con le vittime di tali violazioni. Allo Scalabrini Centre, ho dovuto guardare queste persone negli occhi, e guardarle per davvero, come spesso, probabilmente, non sono abituata a fare. Ho sentito le loro storie, e ho cercato di dare loro un posto nella mia memoria, per non scordarle mai. E penso che siano state queste storie, che piano piano, mi abbiano aiutato a togliere quelle lenti euro-centriche con cui sono stata abituata a guardare il mondo.

 

 

E poi la città… Non posso parlare della mia esperienza senza descrivere Cape Town! Che città assurda. “Assurda” perché non trovo altro aggettivo adeguato, è così bella e complessa allo stesso tempo, così piena di contraddizioni! Grattacieli e townships, una natura incredibile, un mix di culture africane ed europee che si mischiano per dare vita a nuovi mondi.

Non ho invece intenzione di parlare di nessuna persona in particolare. Ce ne sarebbero troppe e troppo poco spazio per descriverle. Vi posso solo assicurare che ho incontrato persone che sono diventate esempi di vita per me. Ciascuna, senza dire nulla, ma facendo tanto, mi ha dato tante piccole lezioni di “realtà”. A queste persone sarò sempre grata.

Infine, il mio ultimo pensiero va a tutti i migranti con cui ho parlato, perché forse l’insegnamento più grande che mi sono portata a casa, è che quelli forti sono loro, non noi. È estremamente difficile per un europeo, bianco, che tutto sommato ha un tetto, del cibo, e una sanità, non mettersi in qualche modo in un’ottica di superiorità nei confronti di certe persone che vengono da determinati contesti geografici, sociali e culturali differenti. Non prendiamoci in giro, fa male dirlo, ma è così. Ecco allora che forse il primo passo per un mondo più equo è avere questa amara consapevolezza. Solo così ci si può lavorare sopra e rendersi conto che quelli che più o meno inconsciamente reputiamo solamente o principalmente come vittime/poveri/ultimi/inferiori sono molto più tosti di noi e di conseguenza, hanno tanto da insegnare. Ah, dimenticavo, hanno pure la nostra stessa dignità (no, lo dico, perché a volte ci scordiamo di questa cosa).