L’Africa, un’enorme capulana che ti avvolge

Miriam Massoni - Volontaria ASCS Onlus

L’Africa, un’enorme capulana che ti avvolge

Sono seduta sul letto, in verità in una posizione un po’ scomoda, e mi domando da che parte sia meglio iniziare.
Scorrono nero su bianco le parole e danno forma ai pensieri che frullano in testa.
Partirò dal terzo giorno a Nampula.
Perché, come tutti ben sanno, il terzo giorno è quello più importante che ha cambiato la storia e salvato l’umanità.
Ora, tralasciando più alti rimandi, quel giorno ho avuto il coraggio (finalmente) di prendere in braccio un bambino, cullarlo e cantargli all’orecchio una dolce, piccola, semplicissima ninna nanna.
Quello che fino ad allora mi aveva frenata era la mia dannatissima timidezza e le remore che la madre potesse non acconsentire.
Ma l’Africa non è l’Europa. I bambini sono di tutti ed è normale prendersi cura gli uni degli altri.
Era l’immagine che mi picchiava in testa da tempo e che si è finalmente materializzata!
Può sembrare in apparenza superficiale ma io ho sentito di entrare a pieno nella mia personale missione.

Sono passata attraverso un viaggio interminabile ed un primo impatto che mi terrò per sempre stampato nella memoria con la spazzatura accumulata ai lati della strada in dune ondeggianti che fungono da marciapiede e i ragazzini, vestiti di ciò che noi comunemente chiamiamo stracci, che ci giocano sopra.
La tensione di essere inopportuno e il timore di non essere all’altezza sono i miei compagni fedeli. E poi quella domanda liberatoria: “Lo vuoi prendere in braccio?”
Oddio, davvero posso? Ma la mamma non si offende? E se piange?
Ma quanti dubbi davanti ad un frugoletto tutto nudo che ha appena fatto il bagnetto in una bacinella di plastica con l’acqua attinta dal pozzo! L’ombra di un albero lo protegge dalla calura del sole e la capanna fa da sfondo a questo rito familiare.
“Il cordino che ha attorno alla pancia e quello che porta al collo servono per tenere lontani gli spiriti cattivi ” Giovanna, la operatrice ASCS Onlus in loco, mi indica il cordone intrecciato e colorato che cinge il bimbetto e quello più semplice nero che indossa come collana. Gio è molto attenta sia ai sui protetti del campo accoglienza sia a me. Si accorge quando sono stanca e quando ho la testa tra le nuvole.
“Non parli…. a cosa stai pensando?” A tante cose.
Prima o poi capirò che non c’è un modo giusto o sbagliato. C’è solo il tuo modo di vivere. Ed è tutto come deve essere, indipendentemente da noi.
Il mondo visto dal retro di un 4×4 ha un altro sapore. E non parlo solo dei chili di polvere e terra che ti si infilano dappertutto (ma proprio ovunque!).


Parlo dei paesaggi che non hai mai visto, di gente con modi ed attitudini che non ti aspetti. La terra rossa, le strade sconnesse che ti fanno sobbalzare e incurvare come se fossi sulle giostre.
Un mondo nuovo, un puzzle composto non solo da una natura mozzafiato con infinite distese di piante, mandioca, palme, baobab, nidi di formìche alti metri e montagne all’orizzonte, ma anche periferie di città con piazzali di pattumiera (è usanza buttare tutto per terra, scordatevi la differenziata), bambine vestite con tutù scuciti, felpe col cappuccio tirati su sporche e sbiadite, pantaloni stracciati e bucati (e non per moda). Di mercati improvvisati sul ciglio della strada con la merce posta su un telo per terra ma ben ordinata in piramidi perfette!
Questo la dice lunga sul tempo a loro disposizione per impilare ogni genere alimentare, dai pomodori alle arance ai peperoni.
Autobus che ti domandi come facciano a funzionare, sgangherati e strapieni di gente. File e file di motociclette (moto taxi) con ragazzi che si atteggiano. E tante tante donne che camminano avvolte nelle loro capulane, decorate con mille fantasie e altrettanti colori. Rosso, giallo, verde, rosa, blu, disegni bellissimi o davvero improbabili sono un fiume di vita e una festa per gli occhi.
Osservare tutto mentre la jeep sfreccia è come vedere un film in modalità “avanti veloce”.
Ed è bellissimo. Ogni particolare ti attira ed ogni cosa ti sembra ti sia sfuggita la prima volta e vorresti che ogni immagine rimanesse per sempre impressa nella mente. Cosi ti ritrovi affascinata a contemplare il semplice gioco dei bambini che corrono dietro un vecchio copertone di bicicletta usando un’altrettanta vecchia bottiglia di plastica per farlo muovere.
Per non parlare di cosa non si carica in testa la gente: chili e chili di ogni genere di bene di consumo (cesti di carbone, secchi strapieni d’acqua, legna, sacchi di farina o frutta … di tutto). Ho visto un bambino prendere l’acqua dal pozzo, riempire 2 secchi belli grossi da almeno 20 litri e caricarne uno in testa (ancora mi chiedo come abbia fatto a sollevarlo) e portare l’altro a mano. Confesso, io non ci sarei mai riuscita!


Poi viene la parte più “caratteristica”. Come non citare il mercato di Nampula, il posto che più di tutti Giovanna eviterebbe volentieri.
Ogni centimetro quadrato è sfruttato, ogni spazio è prezioso per il venditore al fine di esporre la propria mercanzia; qui le piramidi governano incontrastate.
Tralasciando il puzzo di marcio (sempre per il concetto che tutto viene gettato a terra e figuratevi in un mercato cosa non potete trovare, specialmente se la terra è bagnata) e quindi dimenticando per un po’ di avere un olfatto, concentratevi sul senso della vista e lasciatevi ammaliare dai colori della frutta, della verdura e delle capulane poste in bella mostra; ci si perde, niente richiama di più il calore e la gioia dell’Africa.
È troppo difficile scegliere tra le capulane: ognuna ha una sua caratteristica, un particolare che ti attrae ed una storia da raccontare. Come i mille usi che se ne fanno; questa stoffa viene impiegata davvero per tutto, basta avere fantasia e una buona manualità nel cucito. O molto più umilmente si può stenderla a terra per sedersi o farne piccoli pezzi da usare come fazzoletti o pannolini.
Ma la vera meraviglia è vedere una mamma che si accomoda in groppa il suo piccolino e lo avvolge nella capulana per assicurarlo poi facendosi un nodo sul davanti, all’altezza della vita. Praticamente uno zainetto dal visino tenero e gli occhioni espressivi che fanno capolino mentre la testolina viene sballonzolata di qua e di là contro la schiena di mamma.
L’Africa è un enorme capulana che ti avvolge. I ritmi sono decisamente differenti, la calma e il prendere la vita così come viene potrebbero sconcertare noi europei così abituati ad avere tutto e subito.


In compenso la guida al volante è veloce e spericolata. “Mia cara, qua ti devi scordare le regole della strada come te le insegnano a scuola guida”. Ha ragione Gio. Praticamente nessuno usa il casco e di norma si sale in 3 su un motorino.
La sera, quando il sole tramonta alle 5 e mezza, il buio è fitto e si sente assordante la musica dei locali. E la processione di persone non cessa di scorrere da una parte all’altra della strada.
Mai visto così tante stelle in cielo. È un ritorno alle origini. Ritrovare sé stessi riconoscendosi nella luna bianca che risplende troneggiando nel nero più fitto.
È vivere al ritmo dei tamburi in un canto corale di festa che riecheggia tra le mura di una chiesa.
E mentre le voci in canto si intersecano alle urla di gioia, il monte del “vecchio che dorme” ascolta con un sorriso sornione. Nulla può disturbarlo. Lui rappresenta la capanna fatta di paglia e terra, la tradizione del grano pestato a mano coi bastoni di legno. Lui è il cuore di questa terra e mentre rimani imbambolata ad ammirarlo capisci già che non lo scorderai mai.Il mio più grande grazie va a tutte le persone che mi hanno accompagnato dall’inizio di questo viaggio a partire dalla semplice idea, la costruzione pezzo dopo pezzo del percorso fino alla sua realizzazione.


Grazie a Lucia e padre Claudio con i quali tutto ha avuto inizio.
Grazie a Giovanna che mi ha letteralmente presa in cura e tenuta per mano in questo straordinario cammino di esplorazione, aiuto al prossimo e crescita.
Grazie a padre Rodenei e padre Arlain che mi hanno adottata e supportata. Grazie per il clima familiare, le risate e le cene dove la vera incognita era “chi sarà l’ospite inatteso di stasera?”
Grazie a tutte le persone che ho incontrato, a Florbela e le amiche di Gio che mi hanno calorosamente accolta. A Fernando, Bulambo, mama’ Francoise, Francisco, Rubén e a tutti gli altri lavoratori del campo rifugiati.
Grazie alle varie realtà dei padri e delle suore che portano conforto e sostegno a chiunque ne abbia bisogno.
Grazie alla mia famiglia perché ovunque io vada saranno sempre con me.

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