Con il sole in tasca

Giulio Catalani - volontario ASCS Onlus

Con il sole in tasca

Di quell’ospedale ricordo in particolare la puzza. Si sentiva fin dall’ingresso, e si faceva più intensa a mano a mano che salivamo quelle scale scalcinate e percorrevamo i lunghi corridoi dalle pareti ingiallite. Tutto era sudicio e trasudava questo insopportabile odore di urina e di muffa. Ho capito che eravamo entrati nel reparto di pediatria solo perché, alle pareti, a fare compagnia alle chiazze e alle crepe davano bella vista di sé sagome di animali stilizzati e dall’espressione antropomorfa. Come se questa silente compagnia potesse alleviare, anche di poco, l’agonia delle tante piccole creature in fin di vita, stipate a due o tre per letto, su materassi laceri e putridi e senza lenzuola. Non fu facile portare la “nostra” bimba in quest’inferno: per cultura o superstizione – comunque la vogliamo chiamare – la gente di qui diffida degli ospedali, invertendo la causa con l’effetto, e spesso il problema con la soluzione. D’altra parte, la diffusa negligenza e la corruzione nei servizi sanitari certo non incentivano la fiducia nella medicina. La bimba presto “se ne andò”. Forse era troppo tardi, nonostante gli sforzi.

Ma qui è così. Sto imparando a capirlo, un giorno alla volta. Sto imparando a capire senza giudicare, ad aiutare senza pretendere un risultato, tanto sono sicuro che alla lunga il risultato arriverà.

Sto imparando che la società mozambicana, e forse in generale quella africana, è una società maschilista fondata sulla donna. Come un pilastro ne regge tutto il peso. Servire, accudire, sopportare e, spesso, subire determinano il perimetro della sua esperienza, fin da bambina. Anno dopo anno qui una donna impara a resistere a qualsiasi sofferenza. Da figlia, da moglie, da madre, avvolta nella propria capulana, a portare col sorriso il peso del proprio amore.

Sto imparando che qui la forbice tra ricchi e poveri è molto ampia, tra le più impietose del mondo. Anche qui, come nel resto del mondo, il valore delle persone è calcolato sulla loro ricchezza. E anche qui si tratta della ricchezza sbagliata. È sulla ricchezza interiore, non certo su quella patrimoniale, che desidero basare le mie scelte, ed è quella ricchezza che cerco di coltivare in me e nelle persone che mi circondano. Ne trovo conferma ogni giorno nel mio rapporto con i lavoratori del nostro centro: non sono qui per influenzarli col nostro modo di pensare, ma per fare squadra insieme, con tutta l’intenzione, e forse la velleità, di dare il mio contributo in questa missione che da dodici anni, padre dopo padre, operatore dopo operatore, volontario dopo volontario, ha già fatto tanta strada.

Sto imparando che una parte ancora genuina di questa società, che sia di rifugiati o di mozambicani, ancora vede il denaro come un mezzo, e non già come un fine. Serve a comprare il cibo di oggi. Perché domani è un altro giorno, e ci si penserà. Ho imparato che non si tratta di rassegnazione, e nemmeno di fatalismo. Forse è piuttosto pragmatismo, verso quel presente a cui noi non riusciamo più a prestare attenzione.

Sto imparando che etnie diverse possono convivere in pace, anche quando scappano dai fronti opposti della stessa guerra, per poi scoprirsi vicini di capanna in un campo rifugiati. Perché, la guerra, in realtà, non la vuole nessuno. Men che meno chi l’ha ha vissuta sulla propria pelle.

Sto imparando che anche il rapporto con la morte può essere sereno, semplicemente perché tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. Qui la morte è vissuta con naturalezza, come evento della vita. Emblematica è stata la risposta che un uomo mi diede quando gli chiesi quanti figli avesse: “ho sette figli, di cui due sono morti”. Badate bene: “ho” sette figli. Normalmente da noi la morte di un figlio è un’informazione che viene omessa, quasi per pudore, dalla conversazione con un estraneo. Qui vita e morte vanno a passeggio mano nella mano, un figlio morto non ha meno dignità di un figlio vivo, e per questo ha il medesimo diritto di menzione.

Sto imparando che non è importante solamente il FARE, ma sono altrettanto importanti OSSERVARE, ASCOLTARE, cercare di COMPRENDERE e RISPETTARE situazioni così lontane dalle nostre, quindi tanto difficili da CAPIRE. Quando non sarò più qui, le persone con cui sono stato ricorderanno Giulio non per quello che ha fatto, ma per come è stato. Sto imparando che gli INCONTRI e le RELAZIONI giocano un ruolo fondamentale nella vita di tutti, e quello che spero e per cui penso di essere qui è che l’incontro e la relazione con loro non siano solo utili per la mia crescita personale, ma anche nel loro processo di consapevolezza della possibilità di cambiare la propria vita.

 

Sono atterrato a Nampula il 29 settembre dell’anno scorso. Erano le due del pomeriggio e c’era il sole. Quel sole, me lo sono messo in tasca, e lo porto con me ogni giorno.

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