C’è’ del buono in questo mondo, padron Frodo; è giusto combattere per questo (da “Il Signore degli Anelli”)

Chiara Granata & Federico Parolo - volontari ASCS Onlus

C’è’ del buono in questo mondo, padron Frodo; è giusto combattere per questo (da “Il Signore degli Anelli”)

Siamo seduti insieme davanti al computer. Non è facile riprendere in mano un’esperienza come quella di Haiti 6 mesi dopo, con tutto ciò che essa ha comportato e continua a comportare nelle nostre vite. Stiamo scorrendo le foto: è straordinario come i ricordi siano ancora vividi nella nostra mente, come le emozioni, le immagini e i momenti vissuti ritornino con facilità, come se li avessimo vissuti ieri. Del resto non è possibile cancellare qualcosa di indelebile. Persone, luoghi, sensazioni, odori, colori sono marchiati a fuoco nella nostra anima.
La prima cosa che proviamo è una forte punta di nostalgia e lì, dentro di noi da qualche parte, c’è probabilmente il desiderio di ritornarci. La domanda che ci sorge spontanea è: perché questi sentimenti così forti verso un paese oggettivamente disastroso?


Haiti è un’isola spazzatura, rovinata dai rifiuti, dalla violenza, dalla schiavitù, da cui è nata e da cui non sembra riuscire a liberarsi; sfruttata dal mondo “occidentale”, vessata dai disastri naturali.

Eppure Haiti ci manca, qualcosa ci lega affettivamente a quest’isola (in realtà metà isola), in cui comunque abbiamo trascorso appena un mese.

Forse è perché abbiamo scoperto che anche in mezzo alla discarica si possono trovare tesori preziosi.

Saul ha 26 anni e insegna il creolo haitiano ai volontari sprovveduti come noi. Nonostante le sue difficoltà economiche, il suo sorriso ci ha accolti come cari amici e lui ci ha mostrato il vero significato dell’onestà. Quella di un ragazzo brillante ma povero che vuole restituirti 100 gourdes (il corrispettivo di poco più di un euro) a tutti i costi e quando anche tu ti sei dimenticato di averglieli dati.

Seti è una donna solare e dimostra più dei suoi 30 anni. Fa la cuoca al villaggio volontari e ogni mattina il primo bonju è il suo, accompagnato da un sorriso radioso e da un entusiasmo inspiegabile. “Pa gen pwoblem” (=non c’è problema) è il suo motto e non si capisce da dove tragga tutta la sua forza. E poi scopri che non può avere figli (ad Haiti equivale a essere maledetti), ma lei va avanti e ti regala il suo sorriso, oltre ad aver accolto in casa propria quattro bambini tra orfani e abbandonati.

Evens è una delle persone più brillanti che si possano incontrare. A 22 anni, conosce perfettamente quattro lingue e va all’università. Fra tutti gli haitiani, è più consapevole di quella che è la loro realtà e dell’enorme ingiustizia che Haiti subisce ogni giorno. Eppure osa sognare e amare il suo paese, osa sperare che la situazione possa migliorare. In lui abbiamo trovato un grande amico.

Evens, Saul, Seti e tanti altri. Tutti loro ci hanno fatto pensare, complice anche un libro che, neanche a farlo apposta, stavamo leggendo in quei giorni (Bilal di Fabrizio Gatti). Leggevamo e ad Haiti toccavamo con mano le storie di vita di persone splendide intrappolate in un’esistenza ingiusta, né scelta né meritata.
La povertà ci ha urlato addosso tutta la sua assurdità negli occhi delle persone che incontravamo e nelle mani sporche dei bambini che si stringevano alle nostre a Waf Jeremie.
Non c’è un motivo per cui queste persone vivono nel disagio e nella non-opportunità, mentre noi abbiamo tutto. Non lo abbiamo meritato, né noi né i nostri antenati.
Gli haitiani hanno suscitato in noi una riflessione più ampia: incontravamo i poveri di Haiti e la nostra mente si sforzava di concepire la portata di un fenomeno enorme e terribile. Nel resto del mondo milioni di uomini, donne, bambini vivono nelle medesime condizioni ogni giorno, nella nostra indifferenza. L’abbiamo sempre saputo, ma di colpo è come se fosse divenuto reale. Ne siamo diventati pienamente consapevoli. Non erano più Altro da me, ma qualcosa che mette in discussione me e il mio stile di vita. E mi chiama a reagire.
Ci siamo scoperti simili ai nostri amici haitiani, ma ingiustamente privilegiati. L’unica vera differenza tra noi e loro sono i nostri passaporti:

“La nostra vita è appesa a libretti come questo. Non li scegliamo. Non li compriamo. Non ce li guadagniamo. Semplicemente ci vengono distribuiti a caso. Come carte di un poker. Dipende dalla roulette che ci fa nascere da una parte o dall’altra del mondo.”

(Bilal, F. Gatti)

Tutto questo è stato un peso ma anche uno sguardo diverso, che ci ha consentito di farci piccoli e inutili. Non abbiamo cambiato Haiti e nemmeno la clinica dove davamo una mano. Non abbiamo nulla in più rispetto agli haitiani, se non la grande responsabilità di possedere di più e di dover scegliere tra l’indifferenza e un atteggiamento che ci consenta di dare una voce a chi non ne ha.
Con questa consapevolezza, il villaggio dei volontari di Croix de Bouquets è stato per un mese la nostra casa.

Come coppia, è stato il primo posto che abbiamo potuto chiamare casa. Un luogo che ci ha fatto sentire accolti, nonostante la nostra inadeguatezza. Gran parte del merito va sicuramente alle persone che abbiamo incontrato, sia volontari che haitiani. Essi hanno condiviso con noi un pezzetto di strada e ognuno ci ha lasciato un piccolo tesoro, qualcosa che ci ha arricchito molto. È strano come un posto così lontano da noi, sia geograficamente che culturalmente, sia stato una casa, qualcosa di familiare e amico. Non riusciamo a spiegarcelo nemmeno noi, anche dopo sei mesi di riflessione.

Forse è perché in questo luogo, così contraddittorio e difficile, abbiamo ricevuto un tempo infinito per scavare dentro di noi e scandagliare la natura dell’Uomo. Un Uomo che per noi ha due facce, estremamente in contrasto tra di loro. Da una parte l’uomo che ha schiavizzato Haiti, l’uomo che schiavizza i bambini nonostante abbia a sua volta subito la schiavitù, l’uomo indifferente di fronte alle sofferenze di un popolo intero in ginocchio. Dall’altra, l’Uomo che si rimbocca le maniche e si sporca le mani per aiutare gli altri e cercare di rendere il mondo un posto migliore. Rivediamo l’impegno dei volontari, la loro dedizione, nonostante chiunque potesse chiedergli “ma chi te lo fa fare?”; rivediamo gli haitiani, che ancora sperano un domani migliore e hanno per noi, occidentali, un sorriso accogliente.

Alla grande domanda “ma chi te lo fa fare?”, ci possono essere diverse risposte. Noi crediamo che sia importante scegliere di essere Uomini: il che significa volere, contro tutto e contro tutti, costruire ponti, relazioni, solidarietà. Questo anche ad Haiti.

E non importa se ad Haiti, come in molti altri posti, il male supera il bene in modo schiacciante: quel poco di bene che c’è, per noi, conta. E ci scommettiamo la vita che vale la pena spendersi per questo.

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