Tre ore in Mozambico

Gloria Agazzi - Volontaria ASCS Onlus

Tre ore in Mozambico

Nampula, 21 settembre 2017

È il terzo giovedì che sono qui e come ogni giorno la sveglia suona per tutti alle 5:30, quando il sole sorge. Mi preparo e faccio colazione con thè, pane del giorno prima tostato nel forno e marmellata e poi si parte subito per Maratane, il campo profughi, cuore della missione dei padri Scalabriniani.

A Maratane convivono migliaia di persone di diverse etnie in fuga da guerra e miseria; qui i padri Arlain e Rodenei, con la collaborazione di Giovanna, operatrice ASCS Onlus, operano per promuovere la qualità della vita dei migranti con un centro nutrizionale per i bambini, una piccola scuola, un progetto agricolo ed un progetto di sostegno alle donne vittime di violenza.

Insieme a me ci sono Annalisa e Max, due volontari italiani, e i lavoratori della missione nel campo: Bulambo, Francisco, Fernando e Mama Francois.

Per arrivare al campo ci sono circa 30 km di macchina.

Oggi diamo un passaggio anche ad una vivace suora comboniana, la settantacinquenne Suor Carmelina.

Suor Carmelina si siede davanti, Giovanna guida e noi ci dividiamo tra i posti dietro e il cassone. A me piace stare nel cassone, ma ancora di più ascoltare Giovanna e Carmelina che parlano, così sono molto contenta di potermi sedere all’interno.

Giovanna e Carmelina si raccontano in portoghese come sta continuando la vicenda di Estelle, una moglie e mamma che hanno conosciuto al campo profughi qualche mese prima, che in Congo aiutava le donne vittime di violenza e che per vendetta è stata violentata a sua volta dai miliziani.

Purtroppo le violenze ripetute le hanno causato gravi lesioni agli organi interni per cui dovrà essere operata, ma non ha soldi e il marito l’ha abbandonata.

In Africa dove si può trovare chi ha le competenze sanitarie per aiutarla? E i soldi per far fronte all’operazione?

Ascolto Giovanna e Carmelina ammirando l’amore, la dedizione e l’intelligenza con le quali si sono prese a cuore questa drammatica situazione. Aiutano concretamente Estelle rispondendo al suo SOS.

Ai miei occhi sono strumento della Provvidenza.

Dopo un’oretta di viaggio arriviamo dentro al campo, nello spazio riservato alla missione.

Il guardiano, Uva, un signore mozambicano che lavora per la missione, apre il cancello così che possiamo entrare in macchina.

Scesi dalla macchina i lavoratori prendono il loro posto: chi in cucina, chi nell’ambulatorio del centro nutrizionale, chi nell’orto. Io osservo Uva che parla a Giovanna.

Dopo averlo ascoltato lei risale in macchina e mi domanda: “Vieni?”

Io chiedo incuriosita dove siamo dirette. Giovanna mi spiega che la moglie di Uva non sta bene, non riesce ad alzarsi; è incinta e teme che sia arrivato il momento del parto anche se non sono ancora trascorsi 9 mesi; deve andare a prenderla per accompagnarla in ospedale. Vado anche io, con Anna e Max.

Arrivati vicino a casa di Uva, Giovanna parcheggia la macchina e con lui va a prendere la donna.

Dopo un po’di indecisione anche io scendo e dopo qualche metro mi trovo tra le case dei rifugiati così posso salutare i figli di Uva; aspettiamo che la donna si lavi e si vesta e risaliamo in macchina. Con fatica riesce a camminare da sola. Dopo circa dieci minuti, arriviamo all’ospedale del campo che è costituito da tre piccoli edifici di cemento, ciascuno formato da un’unica stanza. Giovanna ci informa che gli uomini non possono entrare nel reparto maternità dove siamo diretti: il marito aspetta fuori, mentre io entro.

La nostra partoriente viene fatta accomodare su uno dei sei letti che ci sono, in attesa di essere visitata e nel frattempo da dietro una tenda sbuca un’ostetrica che indossa un paio di guanti gialli come quelli che qui usiamo per lavare i piatti e ha tra le mani un bambino, nato qualche secondo prima!

Osservando la scena esterrefatta lo guardo e penso: “Sono le otto di mattina e oggi ho incontrato così tanta vita che per me potrebbe già essere ora di andare a letto!”

Se queste sono le prime tre ore di un qualsiasi giovedì… potete solo provare a immaginare l’intensità di questa esperienza!

Per concludere prendo in prestito il post scritto su facebook da Silvia, una ragazza che ha fatto un’esperienza simile alla mia quest’estate:

  • Non è facile affrontare parenti e amici, ti chiedono come è andata, cosa hai fatto…

ecco una domanda che mi fa impazzire: “cosa hai fatto?”…

Pretesa di “fare”…sempre!

Ho vissuto, ecco cosa ho fatto!

Ho amato, ho osservato, ho pianto, ho riso, ho abbracciato, ho mangiato, ho sognato, ho viaggiato, ho respirato, ho sorriso, ho aiutato, ho dormito…HO VISSUTO E HO CONDIVISO AMORE.

Ho visto casette di paglia distrutte e ricostruite, ho visto gente senza casa ridere e ballare, bambini che ti corrono dietro, ti spiano, ti abbracciano, ti amano, ti cercano.

Ho visto la vita, in tutte le sue sfumature! –

Un grazie al PIME che, insieme ad altri giovani, mi ha accompagnato nella partenza e ha scelto la destinazione della mia esperienza. Grazie ad ASCS Onlus che ha ascoltato ed indirizzato me e la mia compagna di missione Annalisa in tutte le cose pratiche da preparare per il viaggio. Grazie ai padri scalabriniani che ci hanno accolto in casa loro e soprattutto grazie a Giovanna che con grande generosità mi ha permesso di guardare un pezzetto di Africa insieme a lei, con i suoi occhi e il suo cuore.

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