The Avenue

Maria Taglioli - volontaria ASCS Onlus

The Avenue

Africa: questo continente misterioso e affascinate, sconfinato come la fantasia di una bambina che sogna, un giorno, di poterci andare per cambiare il mondo. Fin da piccola, l’Africa mi ha accompagnato, è entrata nella mia vita e nella mia famiglia: una signora di colore, sudafricana, diventa la migliore amica di mia madre e, quindi, una seconda mamma per me. Non parla molto della sua terra, dalla quale è scappata per potersi sposare con quello che sarà l’amore della sua vita: un cardiologo bianco conosciuto nell’ospedale in cui lavorava da infermiera.

Ma tanto basta per farmi immaginare vividamente una terra che non ho mai visto. Da sempre, l’Africa è stata uno dei temi portanti anche per la mia vita scolastica: dall’esame di quinta elementare alla maturità, dalla tesi di laurea a quella di dottorato, il vecchissimo continente e le sue culture riempiono quaderni di appunti e scaffali di libri, dvd, cd.

Sono pagine e pagine lette e scritte che, se da una parte invitano a puntare a sud del Mediterraneo, dall’altra svelano complessità e contraddizioni che spaventano. Così, trovo mille scuse per rimandare un viaggio che il mio cuore aveva già deciso quando avevo appena cinque anni.

E, si sa, i sogni più grandi, usano le strade più impensate e tortuose per potersi realizzare. Così, l’incontro quasi casuale con Padre Filippo, un vecchio compagno di liceo, ora missionario scalabriniano a Cape Town, diventa l’occasione finora sempre perduta. Per certi aspetti, assume anche un’aria tragicomica… Convinta di potermi fare un bel viaggio, ‘scroccando’ la doverosa ospitalità dei missionari, mi ritrovo ben presto in un vortice di colloqui e corsi che mi sbattono in faccia la dura realtà: se voglio davvero andare in Sudafrica come volontaria, non posso pensare di andarci allo sbaraglio. Sbuffo: ho già casa, lavoro, pochissimo tempo libero… Ci mancava anche il corso o il colloquio… Ma ormai il desiderio brucia sempre più vivo dentro di me e non mi tiro indietro. Così, passo passo, inizio a capire che nel profondo, quello che cerco è l’incontro vero e autentico con l’Altro, quello che sconvolge i miei orizzonti per renderli più ampi e spaziosi. Comincio ad avere paura. La sera del primo giorno di corso, tornata a casa, penso seriamente di non potercela fare. Decido comunque di proseguire e portare a termine quanto meno i due weekend preparatori.

Orietta, Lucia e Padre Claudio ci guidano, ci incoraggiano, ci mettono davanti alle nostre paure, ai nostri limiti, senza remore: solo così riesco a toccare le mie fragilità, a smascherare quell’io nascosto che è forse la mia parte più umana. Preparo il viaggio con cura: biglietti, documenti, vaccini, ma anche libri, film, canzoni che mi parlano di questa terra lontana. La paura di ‘fallire’, di non vivere appieno l’esperienza e di chiudermi a riccio alla prima difficoltà si fa sentire, specie quando il viaggio vero comincia. Mi sento sola, insicura, vulnerabile.  All’una di notte, a Dubai, comincio a ripetere il mantra di Lucia: “Stai nel tuo sentire. Ascoltati. Tieni il cuore aperto”. So che queste poche indicazioni sono indispensabili e mi ci afferro come ad un’àncora. Saranno le parole che mi accompagneranno per tutte e quattro le settimane di permanenza a Cape Town e che agiranno come una specie di formula magica anche nei momenti più critici.

Entro nel progetto “The Avenue” in punta di piedi, da straniera e da migrante (anche se temporanea), nella città sudafricana dove le tracce dei flussi coloniali sono ben scritte sulla pelle e sui tratti dei volti che incontri, così come più evidenti sono gli effetti del passato remoto e di quello prossimo. Qui io appartengo alla minoranza bianca e me ne accorgo ogni volta che cammino per strada o che prendo l’autobus. Oltre ad un inglese non sempre comprensibile, ascolto ammaliata le click-tongues, lingue indigene dove la lingua viene fatta schioccare sul palato, oppure l’Afrikaans, con i suoi echi di olandese antico.

Matteo, Deborah e il loro piccolo Ezekiele (nato da pochi giorni), mi aprono le porte della casa, un tempo seminario, in cui abiterò. Spazi generosi, come la gente che la abita: oltre alla famiglia italiana, anche due ragazzi, Fabrice e John, rispettivamente congolese e mozambicano. Al mattino o alla sera, c’è sempre qualcuno in cucina con cui condividere cibo e pensieri.

Le giornate si snodano tra il lavoro alla Lawrence House, una casa per minori non accompagnati, lo Scalabrini Center, il porto e alcune lezioni di italiano date a due seminaristi, Aleki e Theo, prossimi a venire nel nostro Paese.

La Lawrence House ha mantenuto, da fuori, l’aspetto austero e ordinato del convento che era. Ma, varcata la soglia, non si trova certo il silenzio! Del resto, sarebbe impossibile con ventidue minori provenienti da diversi paesi, tutti fra i 7 e i 18 anni! L’impressione è quella di una famiglia rumorosa e vivace, dove i ‘fratelli’ e le ‘sorelle’ litigano, bisticciano, si prendono le cose, fanno i capricci, cercano affetto… Non è uno di quegli orfanotrofi che si vedono in tv, dove i bambini sembrano tutti angeli. No. Qui i problemi sono all’ordine del giorno, le regole da seguire sono tante e rigide, i comportamenti dei ragazzi sono segnati da tragedie e traumi che non posso nemmeno immaginare. Ma quello che mi piace di questa casa è la sua autenticità: non c’è posto per l’ipocrisia, la falsa compassione, il buonismo. Le maschere cadono e lasciano più spazio al cuore.

Io aiuto in cucina, seguo alcuni ragazzi nei compiti, do una mano per la cena, gioco con i più piccoli e, a volte, leggo loro una favola a voce alta. Quello che faccio non è niente di grandioso, né per qualità né per quantità, ma ci metto il cuore e cerco di trasformare ogni momento in un’occasione per incontrare le persone, parlare con loro o semplicemente osservarle e ascoltarle. È così che si creano legami fatti di sorrisi, abbracci, confidenze, battute. Torno a casa stanca ma felice di aver vissuto pienamente ogni giornata con i ragazzi e con lo staff.

L’altra realtà che tocco con mano è quella di un corso di alfabetizzazione per migranti, tenuto da una vulcanica insegnante, Rhoda, che sembra la copia sudafricana della Signora Fletcher. E’ fantastica mentre sillaba e gesticola per far capire alla sua classe di trenta elementi trenta le basi della lingua di Shakespeare. E sessanta occhi la guardano rapiti, attenti, mentre le mani scrivono su quaderni stropicciati le prime parole di una lingua ancora straniera. Guardo queste persone, di età diverse, alcune non più giovani, che in coro ripetono frasi su frasi, con la forza della speranza. “Quando la gente mi chiede cosa faccio”, mi confessa un giorno Rhoda, “rispondo: sono un’insegnante di Seconde-Opportunità”. Ecco scoperto qual è il lavoro più bello del mondo…

Al porto (quello commerciale, non quello turistico!!!), mi ci portano, in due momenti diversi, Padre Gerardo e Nicky. La prima volta è un sabato sera, per la messa nella cappellina e la benedizione ai marinai. Mentre nelle sale adiacenti, marinai di ogni dove bevono, guardano la partita o scorrono i messaggi sul cellulare, nella chiesetta c’è un clima di raccoglimento e di intimità.  La seconda visita, invece, avviene una mattina, su due imbarcazioni diversissime: la prima, enorme, con strumenti all’avanguardia e una sala macchine che sembra un labirinto, il cibo ordinato a terra da vari ristoranti take-away apposta per noi. La seconda, un’imbarcazione minuscola, con un equipaggio di sette kenyoti, che si sono dati da fare ai fornelli per prepararci pollo e patate. Parliamo, anzi, parlano soprattutto loro del loro lavoro, delle difficoltà e dei disagi, della lontananza da casa e delle condizioni sempre più sfavorevoli imposte dagli armatori. Più in là, ci raccontano, su una nave battente bandiera cinese, è da giorni che il cibo scarseggia e che i marinai non ricevono la loro paga.

Chiudo a chiave l’immagine romantica che nella mia mente aveva la vita spensierata e raminga del marinaio, uomo forte e spavaldo, fedele solo alla propria libertà. Stringo la mano a chi rischia ogni giorno di perdere in mare la vita o il lavoro… o tutti e due.

I giorni a Cape Town scivolano, come le nuvole che il vento imprevedibile (il famigerato Doctor Cape) raccoglie e disperde a suo capriccio. Per assurdo, in questa città così piena di contraddizioni anche forti, imparo cos’è la leggerezza, sperimento un’essenzialità che fa bene alla mente e allo spirito. Le relazioni vanno aumentando, si approfondiscono, mettono radici che sarà difficile estirpare.

Quando arriva il momento della partenza, il cuore si stringe e si ribella: The Avenue è stato, per me, molto più di un semplice progetto di volontariato o di un’esperienza all’estero, in un contesto diverso. È stato un percorso che ha toccato le corde profonde del mio essere, che ha aperto vie che credevo chiuse in me. Mi porto a casa i volti, le storie, le frasi, i momenti di gioia e condivisione vera e piena, ma soprattutto, porto a casa una parte di me che è uscita da un sepolcro di paure e dubbi. E’ mi sento ri-nata. Anzi, ri-sorta.