Lawrence House: una seconda chance

Giulia Peruzzo - volontaria ASCS Onlus

Lawrence House: una seconda chance

Tramite l’ASCS Onlus (Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo) ho avuto l’opportunità di vivere come volontaria alla Lawrence House per tre mesi. Lawrence House, situata a Città del Capo, in Sudafrica, è una casa che accoglie circa 25 bambini e ragazzi rifugiati che hanno subito traumi di un’età che varia dai 10 ai 19 anni.

Al mio arrivo a settembre mi è sembrata una casa allegra, piena dell’effervescenza e della vivacità tipica dei ragazzi di quell’età, che mi hanno accolto con curiosità ed affetto.  Col passare dei giorni mi sono accorta della complessità delle dinamiche esistenti in casa e non nascondo la difficoltà iniziale ad ambientarmi, dovuta a vari motivi.

In primo luogo il capire quale fosse il mio ruolo e come potermi rendere utile, data l’ottima organizzazione che scandisce le giornate dei ragazzi ed il personale ed i volontari già presenti che provvedono alle loro necessità.

In secondo luogo rapportarsi con alcuni dei ragazzi non era facile dato il loro atteggiamento ostile nei miei confronti. Infatti, oltre ad essere in una fase adolescenziale, ognuno dei ragazzi porta con sé un tipo di disagio diverso dovuto alla propria storia. Per motivi di privacy non mi sono stati spiegati i singoli casi al mio arrivo, perciò ho avuto bisogno di tempo per capire come interagire con alcuni dei ragazzi e per iniziare un dialogo.

Inoltre, c’era anche l’ostacolo linguistico: la lingua parlata in casa è l’inglese ma non tutti i ragazzi provengono da paesi anglofoni e molti hanno imparato la lingua solo una volta giunti in Sudafrica e conservano un accento che mi rendeva inizialmente difficile comprenderli. Il personale invece, in prevalenza sudafricano ma appartenente a ‘etnie’ diverse, chi Coloured, chi Xhosa, parlava inglese con accenti molto marcati, e la comunicazione era molto spesso limitata. Il tempo mi ha aiutato ad affrontare questi problemi, aiutandomi anche a decifrare la complessità della casa.

Per quanto riguarda il mio ruolo, le mie mansioni erano varie: dall’aiuto al personale nella gestione pratica della casa, quindi preparazione delle colazioni, qualche pranzo e bucato, all’aiuto compiti pomeridiano ai ragazzi fino alle attività ludiche. All’inizio ero molto concentrata su ciò che potevo dare dal punto di vista pratico. Poi ho capito che forse quello non era il mio ruolo primario ed ho iniziato ad apprezzare appieno i momenti liberi e disorganizzati in casa. Questi erano infatti occasione di dialogo, soprattutto con i più grandi.

Per chiari motivi di necessità la casa è organizzata secondo regole che tutti devono rispettare. Ognuno ha dei diritti e dei doveri. Sono prevalenti le attività organizzate in gruppo per i ragazzi, anche se esistono momenti di attenzione individuale, come ad esempio i meeting con i loro ‘mentor’, ossia persone o famiglie esterne alla casa che hanno sviluppato una relazione profonda con loro e dedicano loro tempo e supporto. Nonostante ciò, se penso alla mia infanzia e al fatto che avevo a disposizione tutti i giorni ben due adulti, i miei genitori, che mi dedicavano attenzioni, affetto e supporto emotivo ed economico, mi rendo conto di quanto a questi ragazzi manchino dei momenti in cui si sentono importanti e amati da qualcuno, in tutta la loro unicità, in una fase della loro vita in cui stanno cercando la loro identità ed in cui si stanno confrontando con difficoltà quali ritardi scolastici ma anche con complicazioni dovute al loro status di rifugiati , come  per esempio le pratiche burocratiche per la regolarizzazione dei documenti.

Ho capito quindi che passare un’ora a ‘non fare’, ma piuttosto a dialogare con loro e ascoltarli era il ruolo più importante che avrei potuto ricoprire in quel momento. Sono state molte le ore che i ragazzi mi hanno regalato, confidandosi, piangendo, spiegandomi le loro storie e chiedendomi consigli sui più vari argomenti. Sono grata a loro di quanto mi hanno dato pur sapendo che rappresentavo una figura passeggera, e che avrebbero potuto semplicemente evitare di aprirsi con qualcuno che tanto se ne andrà presto.

La maggior parte dei ragazzi proviene da contesti di violenza. Molti sono orfani, hanno perso i genitori in conflitti o sono stati abbandonati. Quelli che invece non lo sono, sono stati trasferiti alla Lawrence House in seguito dell’intervento di un’assistente sociale, a causa dell’inadeguatezza del contesto in cui vivevano, come ad esempio situazioni di dipendenza da alcolismo o droga, abusi fisici o sessuali, povertà.

Ciò che li accomuna è il fatto di non avere esperienza di qualcosa che noi diamo assolutamente per scontato: una famiglia. Tutti noi siamo ciò che siamo in primo luogo grazie alla famiglia. Ad essa dobbiamo quasi tutto, compreso l’amare. Alla Lawrence House ho capito che anche ad amare si impara. E chi non ha provato questa esperienza in famiglia, ha difficoltà a capirla e a metterla in atto.

Grazie alla casa questi ragazzi hanno una seconda possibilità: non solo l’educazione scolastica, ma imparare ad amare e ad avere fiducia nel mondo. In casa si cerca di ricostruire una routine quotidiana, di creare un ambiente familiare, di trasmettere il senso di rispetto e di responsabilità, di dare sfogo alla creatività dei ragazzi e di sostenerli nel loro percorso scolastico.

Quando a tradire sono gli stessi genitori, coloro che dovrebbero insegnare la fiducia, recuperarla richiede un lungo e spesso infinito percorso. Alcuni ragazzi portano ancora le cicatrici di queste violenze: disturbi della personalità, problemi relazionali inter ed intrapersonali, deficit dell’attenzione, eccetera. A volte tali cicatrici sono invece nascoste nell’animo ma ancora visibili sulla schiena.

In quei mesi ho sentito storie di violenza e ingiustizia raccapriccianti. Violenza innescata da un circolo di altra violenza e povertà. Potremmo limitarci a pensare che questa violenza sia ingiustificabile, inconcepibile ed incomprensibile, ma il passo successivo è proprio cercare di capirne le origini.

Troppo spesso sento persone che si limitano ad affermare che alcuni comportamenti non sono propri di essere umani, ma di bestie. Troppo poco spesso invece incontro persone consapevoli della storia dei paesi da cui i rifugiati provengono. Alcuni ragazzi vengono dall’Angola, paese uscito ufficialmente dal conflitto civile nel 2002 dopo 27 anni di guerra. Il conflitto è stato alimentato dai movimenti per la lotta per l’Indipendenza dal Portogallo e in seguito dal difficile processo di decolonizzazione. Inoltre l’Angola è stata utilizzata come campo di battaglia durante la guerra fredda da varie nazioni come Stati  Uniti, Unione Sovietica, Cuba e Sudafrica. I quasi trent’anni di conflitto hanno devastato il paese dal punto di vista economico, sociale e delle infrastrutture ed hanno portato ad una crisi umanitaria in cui un terzo della popolazione è sfollata internamente al paese.

La storia violenta di questi paesi si riflette direttamente sulla vita di questi ragazzi e bambini, a cui è stato imposto un futuro molto più incerto di quello a cui avrebbero diritto.

Ognuno dei paesi di provenienza dei ragazzi meriterebbe un paragrafo a parte, ma il mio scopo qui non è dare un riassunto storico, ma cercare di ampliare lo sguardo e fare riflettere su quali siano le conseguenze di conflitti che molti di noi ignorano e che magari hanno coinvolto le nostre stesse nazioni e molto spesso il nostro continente, e diffondere un senso di corresponsabilità in ognuno di noi. Non per forza esso deve concretizzarsi in un’esperienza di volontariato all’estero, ma piuttosto in un impegno nella nostra città, con le persone che ci circondano, attraverso le scelte che ci troviamo a compiere e le discussioni che ci troviamo a sostenere quotidianamente.

Per questo ancora una volta ringrazio ASCS Onlus per il suo operato, per il messaggio che diffonde e per la sua apertura ad accogliere chi desidera dare un contributo, piccolo o grande che sia, ma significativo allo stesso modo, in un’ottica di accoglienza dell’altro e di corresponsabilità per il suo passato e presente.

 

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