La mia Africa, il mio Sud Africa

Tiziana Sforza - Volontaria ASCS Onlus

La mia Africa, il mio Sud Africa

Non è trascorso neanche un mese da quando ho lasciato il Sud Africa per tornare in Italia. In queste tre settimane mi sono interrogata su cosa mi fossi portata dietro dalla mia esperienza di volontariato allo Scalabrini Centre of Cape Town, dove ho prestato servizio da inizio febbraio a fine aprile 2017.

Questi mesi di volontariato sono stati uno dei più grandi doni che la vita potesse farmi. Questa esperienza mi ha permesso di esaudire in un sol colpo dei desideri che covavano da anni dentro di me: prendermi un periodo di pausa dal lavoro facendo volontariato in una organizzazione di cui condivido fermamente i valori e (ciliegina sulla torta) in Africa.

Mentre ero in Sud Africa mi è capitato spesso di pensare di essere una persona davvero fortunata per aver ricevuto la possibilità di realizzare tutto questo con una facilità inaspettata. Ho incontrato sulla mia strada al momento giusto le persone giuste che lo hanno reso possibile.

I miei maestri: i migranti

Lavorare con i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo, è una attività che rimette in discussione molte delle certezze a cui si è ancorati e dei diritti che sembrano “dovuti”.  Ma sono “dovuti” semplicemente perché sono nata in una parte del mondo in cui non ho dovuto lottare con tutte le mie forze per sopravvivere. Non sono stata costretta a fuggire dalla mia terra. Non ho dovuto affrontare un lungo (e a volte pericoloso) viaggio attraversando vari paesi a piedi o a bordo di mezzi di fortuna per cercare una opportunità di vita migliore per me e la mia famiglia. Non ho subito traumi psicologici o stupri. Non vivo “nell’ombra” come se io non esista nel mondo, affinché nessuno si accorga che non ho documenti. Non devo imparare una nuova lingua per sopravvivere e per farmi accettare.

Allo Scalabrini Centre ho fatto tesoro dell’esempio di persone straordinarie: nel programma di Advocacy ho visto richiedenti asilo che lottano da anni contro una burocrazia kafkiana pur di rimanere in Sud Africa; nel programma Welfare ho visto rifugiati che mettono in scena drammi teatrali per stigmatizzare la xenofobia; nella scuola di inglese ho visto migranti di tutte le età rimettersi sui banchi di scuola con tenacia per imparare la lingua che sarà il loro passepartout di una nuova vita in Sud Africa; nella Women Platform ho visto donne sfidare paure personali e pregiudizi sociali per fondare micro attività imprenditoriali che le renderanno economicamente indipendenti; nel programma di Employment Access ho visto giovani migranti diventare promettenti videomaker; nella rete Unite As One ho visto adolescenti comporre testi e musica di canzoni contro il razzismo.

Ho imparato tante cose ascoltando e rielaborando le storie di queste persone. Le ho raccontate sul sito, sul blog, sulle pagine social dello Scalabrini Centre. Qui in Italia le ho raccontate ai miei amici, alla mia famiglia.

In un certo senso, adesso fanno parte di me.

“Ci facciamo una foto insieme?”

La mia esperienza di volontariato a Cape Town non si è limitata allo Scalabrini Centre. Ho frequentato anche le attività dell’Apostleship of the Sea che coinvolge i marinai. Lontani da casa e dalla famiglia, lavorano per mesi o anni a bordo di navi che hanno un equipaggio proveniente da tutto il mondo, una babele di lingue, sono privi di una guida spirituale, vengono abbandonati a se stessi quando sono malati… i marinai sono migranti a tutti gli effetti: vivono lontano dalla propria terra e dai propri affetti, corrono il rischio di essere sfruttati se non perfino schiavizzati a bordo delle navi (sono numerose le inchieste dell’Associated Press dedicate alle condizioni di lavoro schiavo a bordo di navi e pescherecci filippini, thailandesi e indonesiani).

I marinai che partecipano alle attività dell’Apostleship of the Sea sono soprattutto filippini, vietnamiti o del Myanmar. Sono timidi e silenziosi, spesso non parlano inglese. Ma cinque minuti prima dell’inizio della messa sono già seduti al penultimo banco della cappella dedicata a San Nicola (protettore dei marinai) del porto commerciale di Cape Town. Con la mano si stringono al petto il rosario che hanno ricevuto il sabato precedente e, alla fine della messa, chiedono a tutti quelli dell’Apostleship of the Sea di farsi una foto insieme a loro da mandare alla famiglia che li aspetta a casa.

Spesso mi sono domandata che tipo di impatto potesse avere sulle loro vite l’Apostleship of the Sea. Ho trovato la risposta in quel gesto: inviare alla propria famiglia la propria foto insieme al sacerdote, ai volontari e agli altri marinai significa comunicare qualcosa del tipo “Non sono solo. State tranquilli, qui c’è qualcuno che ci tiene e che si prende cura di me”. Quel gesto della foto, reiterato alla fine di ogni celebrazione, mi ha sempre fatto commuovere.

Il rientro

Se c’è una cosa che rimpiango di queste tre settimane dacché sono rientrata in Italia è non avere avuto una transizione “lenta” dai ritmi africani a quelli europei. Il ritorno alla vita “di sempre” è stato troppo rapido, stordente, fagocitante.

Questo mi ha fatto capire un’altra cosa della mia esperienza: durante quei tre mesi trascorsi in Sud Africa ho vissuto secondo i ritmi più confacenti al mio equilibrio interiore. Mi sono goduta il tempo da dedicare a parlare con la gente e ad ascoltare me stessa. Mi illudevo di mantenere quei ritmi ma, appena rientrata in Italia, mi sono resa conto che non è così semplice come pensavo. Anzi, è questa la vera sfida da affrontare.

Il mio timore più grande è quello che, a parte il prevedibile “mal d’Africa” – che si è presentato puntuale non appena sono atterrata a Roma – dopo un po’ di tempo tutta questa bella esperienza si riduca a una parentesi nella mia vita, il cui ricordo si affievolirà pian piano col passare dei giorni.

Il mal d’Africa è venuto, ma sta già passando.

Il “bene d’Africa” è ciò che voglio rimanga per sempre: la capacità di guardare con occhi nuovi la mia realtà quotidiana grazie a quello che ho vissuto in Sud Africa.

 

 

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