Campo Io Ci Sto

Marika Belotti - volontaria ASCS Onlus

Campo Io Ci Sto

Per me è difficile scrivere di questa esperienza perché nel farlo devo rivivere le emozioni intense e contrastanti provate durante la settimana del campo, devo ripensare a tutto ciò che ho visto e ammettere i miei limiti e quelli di questa società folle. Non mi aspettavo che la settimana trascorsa in compagnia del mio super gruppo di volontari e dei migranti avrebbe, poi, cambiato così tanto i miei pensieri e la mia vita.

Il fatto principale che mi ha sconvolta è che questa situazione è presente sul territorio italiano. Solita a vedere la mia nazione come un luogo in cui ci si può vivere con i servizi primari assicurati, conoscere le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere molti uomini e donne per me è stato doloroso, mi sono sentita complice in quanto inconsapevole della situazione.

Mi è piaciuta molto la strutturazione del campo basato in primo luogo sulla formazione e sull’informazione, per poi andare nel concreto con l’incontro diretto con i migranti dandomi così una visione completa.

Il primo appuntamento importante della giornata, dopo il risveglio e la colazione condivisa con tutto il gruppo, era alle 9:15, orario di ritrovo per iniziare a entrare nel mondo dei migranti con la testimonianza di persone esterne che condividevano con noi il loro lavoro. Abbiamo avuto l’opportunità di ascoltare preti, psicologi, medici, avvocati e professori, tutti accomunati dallo stesso obiettivo: aiutare i più deboli e i meno ascoltati. Ci hanno spiegato in cosa consiste effettivamente il loro lavoro, quali sono gli ostacoli che incontrano ogni giorno e le difficoltà che hanno superato negli anni, illustrandoci anche gli obiettivi futuri e i traguardi raggiunti. Inoltre ci hanno descritto la storia della migrazione in Italia, raccontando la situazione dei paesi da cui provengono i migranti e i viaggi che sono costretti a fare. Per ogni giorno della settimana c’era una tematica o un argomento principale su cui discutere e pensare scandendo così un percorso personale di riflessione.

La giornata proseguiva a Borgo Mezzanone dove si pranzava e avevamo un po’ di tempo libero, necessario per condividere con il gruppo i propri pensieri, riflettere in solitaria o soltanto per fare due chiacchiere all’ombra, al riparo del caldo soffocante pugliese.

Verso le 16:00/16:30 si raggiungeva la pista, ex pista militare ora occupata illegalmente da quasi 3000/4000 migranti, dove ci dividevano e svolgevamo due mansioni: un gruppo di circa 25 persone si dedicava al corso di italiano mentre altri 10 si occupavano della ciclofficina. Il corso è strutturato sulla base delle cinque settimane, durata del campo. Gli “studenti” sono divisi in quattro gruppi, a seconda del loro livello di italiano di partenza e ogni settimana, avendo un sussidiario da seguire, ci si organizza per spiegare determinati argomenti. Questo sistema è ottimo visto che ogni settimana ci sono gruppi diversi di volontari. Mentre la ciclofficina si occupava di riparare le biciclette, con l’aiuto di alcuni migranti. Il servizio era aperto a chiunque avesse bisogno e le sedi operative erano due: la pista e una ex fabbrica.

L’impatto iniziale con la pista è stato, per me, molto forte. Si trova in mezzo alla campagna di Borgo Mezzanone e per arrivarci bisogna percorrere stradine sterrate. Già da lontano si riusciva a scorgere questo piccolo villaggio composto da baracche fatte con qualsiasi materiale reperibile e gratuito (cartone, plastica, alluminio, cartelloni pubblicitari, tende, ecc). Prima di entrare effettivamente in pista si vedono campi pieni di rifiuti, poi un cancello che delinea il “confine” del villaggio, ed è come se si entrasse in una realtà parallela composta solo da un piccolo paesino con le sue dinamiche e le sue regole. La mia percezione di questo posto e delle persone che ci abitano è cambiata nel corso dei giorni. La prima volta siamo arrivati con i furgoncini fino al luogo destinato come scuola, una chiesa costruita dagli stessi migranti, attraversando la strada principale del ghetto. La mia prima impressione perciò è stata tratta dal finestrino e impaurita, percepivo una certa ostilità verso di noi.

Durante la lezione di italiano ho avuto modo di conoscere alcuni migranti che vivevano lì, molti miei coetanei, mi sono sentita più rilassata e lentamente la paura è svanita. A fine giornata il furgoncino e i ragazzi della ciclofficina ci aspettavano vicino all’entrata del ghetto. Percorrendo a piedi la strada non ho avuto paura bensì mi sentivo a mio agio e vedevo che tutti ci salutavano serenamente. Durante la settimana sono riuscita a creare dei legami con alcuni migranti, così la mia prima impressione è stata completamente cancellata dalla gentilezza, educazione e simpatia di questi ragazzi. Un fatto che mi ha stupito molto è il loro impegno per imparare la nostra lingua: mentre per noi quelle ore erano anche per conoscere le loro storie o la loro vita in Italia, per loro erano fondamentali per comunicare.

Prima di rientrare allo stabile in cui dormivamo, cenavamo a casa Scalabrini. Tutti gli spostamenti, fatti con furgoncini o macchine, anche se stancanti erano momenti preziosi per riposare o per creare dei legami tra di noi come gruppo. Infine rientrando c’era un piccolo ultimo momento di condivisione della giornata e delle tematiche affrontate. Tutta la settimana siamo stati ospitati dalla diocesi di Manfredonia e dai Missionari Scalabriniani che, oltre a farci sentire a casa, ci hanno offerto il loro supporto per qualsiasi problema, anche solo per fare due chiacchiere in più.

Durante la settimana, purtroppo, ci sono stati alcuni decessi causati da incidenti stradali avvenuti su furgoncini di fortuna utilizzati dai caporali per portare i migranti sul posto di lavoro. Per questo motivo abbiamo preso parte a una manifestazione a Foggia contro lo sfruttamento e il caporalato. Quel pomeriggio mi sono sentita nel posto giusto, ho percepito la gratitudine da parte di alcuni migranti per l’appoggio che gli stavamo dando e ho capito che potevo fare qualcosa, anche solo con la mia solidarietà nei loro confronti. Questo evento, più di tutti, mi ha scosso a fare di più, ad informarmi anche autonomamente sulle vicende e sull’attualità per essere di sostegno e per poter avere la giusta conoscenza dell’argomento.

Ho cercato di mettermi in gioco al 100% e mi sono portata a casa un bagaglio più ricco di sapere e di emozioni. Ed ora che sono qui mi sento pronta a continuare ciò che è iniziato grazie al campo, a dare un mio piccolo contributo anche a Brescia ed essere sempre grata e consapevole della mia fortuna. Ora che conosco questa realtà mi sento in dovere di aiutare.